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CLASSE I D a.s. 2004 - 2005
Laboratorio Didattico |
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MONTICELLO
AMIATA
Il
Monte Amiata, dal latino “ad meata”, cioè "verso le
sorgenti", è un massiccio vulcanico spento situato nel sud della
Toscana e diviso tra le province di Siena e di Grosseto. E’ ricco di
acqua e di minerali, in particolare il cinabro da cui si ricava il mercurio. Anche
il bosco, fatto di cerri e roverelle, castagni e
faggeti, lecci e abeti, offre cibo e lavoro agli
abitanti della zona e per loro il Monte Amiata è, con espressione
affettuosa e reverente, la Montagna. Alle
sue pendici si adagiano diversi piccoli centri, quali Castel del Piano e
Arcidosso, mentre su colline “contrafforti” svettano ‘coraggiosi
paesini: uno di questi è Monticello Amiata, arroccato su un
cocuzzolo intorno al quale si inerpicano vicoli contorti e ripidi. Le case
sono addossate le une alle altre come per difendersi dai rigori
dell’inverno. In estate si sta bene: l’aria è fresca e pulita. In
passato l’agricoltura era l’attività maggiormente praticata
dalla gente del posto, malgrado il suolo scosceso e sassoso,
l’altitudine e il clima rigido. Si utilizzavano semplici attrezzi e si
sfruttava la forza degli animali per il lavoro dei campi e per trasportare
merci: praticamente il mezzo di locomozione più diffuso era l’asino. Circondati
da castagneti, gli abitanti di Monticello Amiata hanno utilizzato il loro
frutto che, per secoli, è stato la base della loro alimentazione.
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Quasi
tutte le famiglie, con gli avanzi di ogni giorno, allevavano un maiale e
verso dicembre lo ammazzavano per ricavarne cibo sostanzioso e saporito
per tutto l’anno. “Tutto
è buono del maiale, niente si butta via”. Le
donne facevano il pane in casa e lo portavano a cuocere in un grande
forno. C’erano anche piccole attività artigianali quali il calzolaio,
il maniscalco, la sarta. La
campagna circostante era fittamente popolata e i bambini, per raggiungere
la scuola in paese, impiegavano, a piedi, anche due ore di tempo. Oggi
l’agricoltura non è più redditizia e molti abitanti sono andati a
vivere in città dove ci sono più comodità e maggiori opportunità di
lavoro. Oggi
Monticello è un paese di anziani.
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IL
CICLO DELLA CASTAGNA Il
ciclo è legato al modo di vita di una popolazione e alle sue attività
economiche. Il cibo per gli abitanti della ‘nostra’ montagna, cioè
della zona del Monte Amiata, è stato, fino ad alcuni decenni fa, la
castagna e la farina di castagne. Pan di legno infatti è chiamata
la polenta di castagne
o ‘dolce’; pane perché indica un prodotto essenziale
per l’uomo e di legno perché viene dal frutto di un albero. Viene detta dai monticellesi “pulenda dolce”, cioè farina di castagne cotta con l’acqua a bollore nel paiolo, da consumarsi con ricotta o in alternativa con aringa, baccalà in umido con cipolle, salsiccia, ventresca, rostinciana e animelle. Le
fasi della lavorazione
Nell’itinerario didattico percorso dalla nostra classe a Monticello Amiata, abbiamo conosciuto le fasi della lavorazione della castagna. |
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1) RACCOLTA
La
raccolta inizia nel mese di ottobre, con la ricciaia, cioè si
aprono i ricci con il magliozzo. Si scelgono le castagne migliori
per venderle ai mercati, mentre quelle peggiori vengono portate al
seccatoio per essere lavorate.
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2)
ESSICCAZIONE Il seccatoio è un piccolo edificio, formato da due piani, di pietre e calce. Al piano superiore il pavimento viene coperto da uno strato di ginestre e sopra di esse vengono appoggiate le castagne, in modo da trattenere il calore e non bruciarsi. Al piano inferiore viene acceso un fuoco per 40 giorni, stando attenti a non farlo mai spengere, mantenendo sempre la temperatura a 30°. Dentro il seccatoio avveniva un tempo una cerimonia, come tradizione: un bambino portava un rametto di ulivo benedetto, una candelina accesa e un panettello che veniva un po’ bruciato e un po’ mangiato; la candelina serviva per accendere il fuoco e poi restava nell’edificio come benedizione. Infine veniva recitato il Padre Nostro e una preghiera a S. Barbara.
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3)
PULITURA Dopo
l’essiccazione avviene la pulitura, cioè si toglie la buccia interna
con una trebbiatrice particolare o con uno strumento detto mazzanghera
e si raccolgono le castagne nella bigoncia La
sua seconda fase avviene con la vassoia, che viene fatta roteare
per far cascare gli ultimi residui, oppure le castagne vengono poste su un
vassoio di legno che viene scosso all’aperto per far volare le bucce.
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4) MACINAZIONE Infine le castagne vengono portate al mulino, per ottenere la farina di castagne.
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GLOSSARIO
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ricciaia:
mucchio di ricci, pieni ancora di castagne |
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magliozzo: maglio di legno, cioè grosso
martello a due teste per battere i
ricci chiusi e aprirli |
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mazzanghera:
mazza dentata, legno massiccio con una estremità |
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bigoncia:
(o bigonzo) recipiente di forma ‘tronco di cono’ con |
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vassoia:
(o capisteo) contenitore di legno con un lato senza bordo |
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Casa museo
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La finestra era piccola e i muri spessi,in modo da non far passare il freddo nei giorni d’inverno.Poi abbiamo notato il focolare,che era molto grande:esso aveva anche una mensolina,sulla quale erano appoggiati un antico ferro da stiro,un lumino ad olio,un macinino da caffè(con il quale,però,si poteva anche macinare l’orzo)e,appesi,due piccoli cestini di vimini.C’era anche una rientranza nel muro con ripiani fatti con assi di legno,una sorta di armadietto in cui erano contenuti dei vasi di coccio.C’era anche la madia,una specie di cassone che conteneva e custodiva ogni sorta di cibo.La stanza seguente era la camera,in cui abbiamo notato due finestre,invece di una.Al centro della stanza c’era un letto matrimoniale e dentro il “prete”, una sorta di scaldino somigliante ad una “sedia” in cui si appendeva un pentolino con dentro la brace del camino. | |||
| Alla
sinistra abbiamo trovato un lavabo con sotto un vaso
da notte che serviva per i bisogni. Gli escrementi degli uomini,
poi, venivano buttati giù nella stalla tramite una botola che si trovava
in cucina. In terra, vicino al lavabo, era presente una culla
con dentro delle assi di legno piegate in modo che il lenzuolo non facesse
soffocare il bambino. Poi siamo scesi nel frantoio,
dove c’era una grande macina per le olive e anche per le
castagne; appena entrati abbiamo visto un’altra serie di mensole in cui
abbiamo notato particolarmente una cartella per la scuola,
di legno, delle scarpe spesse ed un macinino da caffè a
manovella; inoltre c’era anche una macchina da cucire e
degli attrezzi per lavorare le castagne. C’era anche una ruota di
pietra dell’arrotino con sopra un bricco da cui cadevano delle
gocce d’acqua in modo da non far fare delle scintille mentre si affilava
la lama. Ed ecco il bilancere: è come le bilance di oggi,
solo che si misurava in modo diverso. |
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Infine siamo arrivati
nella stalla dove si allevavano bovini e
suini: alla sinistra c’era la mangiatoia con dentro il
fieno, e in terra lo “strame”, una “coperta” di
paglia e erbe secche per gli escrementi animali (concio o concime), che
serviva per fertilizzare i campi. Per divezzare il
vitello gli veniva messa una museruola con degli spunzoni,in modo che la
madre sentisse pungere e si scostasse. Poi abbiamo visto il basto,
una specie di “sella” per l’asino ai cui lati venivano appesi i corbelli
che servivano per portare un po’ di tutto. Accanto alla mangiatoia
c’era il forcone che serviva per rigirare la paglia e lo
strame, ma anche per il fieno. Il recinto in cui venivano allevati i
maiali si chiamava “castro”. Ed
infine abbiamo visto il tagliaerba, un macchinario con un
pedale collegato a una falce per tagliare il fieno agli animali. |
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MADIA
mobile di legno a forma
di cassone |
LESSICO |
STRAME paglia e fieno usati come foraggio o lettiera per il bestiame | ||
| CONCIO
il letame o concime organico usato per fertilizzare la terra |
PRETE telaio di legno in cui si appoggiava lo scaldaletto riempito di brace, che veniva infilato tra le lenzuola | CASTRO
recinto quadrangolare, al chiuso o all’aperto, in cui si
tengono e si allevano i maiali |
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Piccolo mondo antico …….
La vita e i lavori di un tempo che fu |
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La visita alla Casa
Museo ci ha aperto la porta del passato e così abbiamo immaginato di
ridar vita ad una famiglia di “un tempo che fu”, ricostruendo una
giornata come tante altre, in una casa come tante altre. La mattina si
svegliavano al sorgere del sole e tutta la famiglia faceva colazione con
latte e orzo macinato. Ognuno poi andava a svolgere il proprio dovere: il
padre caricava il basto sopra il dorso dell’asino e, con un
fiasco di vino e di acqua per dissetarsi e ‘acqua cotta’ per il
pranzo, partiva per andare a lavorare i campi. La madre rimaneva a
casa a fare il pane, la pasta e i dolci, insomma a preparare il pranzo. Il
pane veniva lavorato sulla madia e poi portato ad un forno fuori
casa per la cottura, al costo di cinque lire. Quando aveva tempo, faceva
la sarta aggiustando i vestiti della famiglia. I
bambini ancora troppo piccoli per andare a scuola rimanevano con la mamma
aiutandola nelle faccende domestiche; i figli più grandi andavano a
scuola portando con sé una cartella di legno! Era una specie di
scatola grande quanto bastava a contenere un libro e due quaderni, uno a
righe e uno a quadretti, con la copertina obbligatoriamente nera; al suo
interno un piccolo contenitore ed un astuccio racchiudeva una matita, una
penna col pennino e la carta assorbente per asciugare l’inchiostro nel
quale s’inzuppava il pennino. I maestri erano molto rigidi: a chi non
faceva il proprio dovere era destinato il retro della lavagna, lo stare in
piedi per molto tempo fermi o in ginocchio sui ceci o sul grano. Dopo una lunga e
faticosa giornata di lavoro il padre, arrivato a casa, si lavava nel
lavabo (perché il bagno nelle case non c’era), dopodichè si
metteva davanti al camino a fumare la pipa, aspettando la cena. I mestieri che
venivano svolti nella montagna amiatina erano soprattutto lavori manuali
che comportavano molta fatica. La più classica attività svolta a
Monticello Amiata era la raccolta delle castagne da cui si ricavava
la farina. Altre attività erano la raccolta delle olive, il lavoro
nei campi, l’allevamento delle api e la pastorizia. Tutte queste
attività portavano il nutrimento indispensabile per sopravvivere. Oltre a queste
attività c’erano anche i mestieri: il fabbro riparava gli
oggetti in ferro e metallo, il procaccia era il postino, il
carraio aggiustava i carri e i calessi, il calzolaio riparava e
fabbricava le scarpe, il bottaio costruiva le botti, il
falegname costruiva oggetti in legno, il muratore costruiva le
case, il carbonaio preparava il carbone, lo scalaio
costruiva le scale a pioli. |
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Glossario |
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| Procaccia persona che consegna pacchi e lettere, postino | ||||
| Carraio chi ripara calessi e simili | ||||
| Bottaio chi costruisce, ripara e vende botti | ||||
| Stagnaio
stagnino; chi salda pezzi di metallo con lo stagno e fabbrica |
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Stradino operaio addetto alla manutenzione delle strade | ||
DAI CAMPI .....ALLA TAVOLA
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Una
volta nei paesi di montagna, cioè a Monticello, il cibo non abbondava. Tut |
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LE RICETTE
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Fiandulone dell'Amiata Pane fatto con farina di castagne e farina di grano Ingredienti: 1Kg di farina di castagne, 50 gr di lievito, 1 cucchiaio di rosmarino tritato finemente, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, un pizzico di sale Ricetta: Sciogliete il lievito in poca acqua tiepida con un po' di farina e fate il "lievitino". Lasciatelo riposare fino a quando ha raddoppiato il suo volume. Su una spianatoia mettete la farina a fontana e nel "cratere" unite il lievitino, il rosmarino tritato, il cucchiaio di olio extravergine e il pizzico di sale. Impastate bene fino a quando l'impasto risulta liscio ed omogeneo. Dategli la forma che preferite : tonda a pagnotta o ovale come il filone e fatelo riposare per un ora in luogo al riparo e coperto da un panno che avete spolverizzato con della farina. Quando sarà ben lievitato è pronto per essere cotto nel forno già riscaldato a 200° gradi per i primi 15 minuti e a 180° gradi per altri 20 minuti circa. LA
STORIA L’etimologia
di questo nome, che sembra quasi un soprannome, non è nota, comunque
indica un pane montanaro di antica tradizione, quasi del tutto scomparsa.
Con la stessa farina di castagne, impastandola con acqua salata,
aggiungendo un po’ di lievito e rosmarino, veniva preparato una specie
di pagnotta che, cotta in forno, era usata al posto del pane dai pastori,
boscaioli e carbonai. Questo appunto era il “ fiandulone”. |
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“
PULENDA “ DOLCE Farina
di castagne cotta con l’acqua a bollore nel paiolo, da consumarsi con
ricotta o, in alternativa, aringa, baccalà in umido con cipolle,
salsiccia, ventresca, rostinciana e animelle. |
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BUCCHIATE |
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BRODOLOSE |
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CASTRATE Castagne
incise ed arrostite sul fuoco in una padella bucata. |
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CASTRONI Castagne
cotte in acqua e finocchio, dopo essere state incise sulla buccia. |
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FRUCIOLA Castagne
arrostite con la buccia sulla brace. |
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SUGGIOLI Castagne
lessate con la buccia. |
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VECCHIARELLE Castagne
secche lessate con una foglia di alloro. |
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IL CASTAGNACCIO Prendete
500 gr. di farina di castagne e siccome questa farina si appasta
facilmente passatela dal setaccio prima di adoperarla per renderla
soffice; |
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BUGLIONE Ingredienti
: 1 kg di agnello tagliato a pezzi. Per
la marinata: 1 litro di vino, 1 bicchiere di aceto, 2 foglie di salvia, un
rametto di rosmarino,4 foglie di basilico, 1 carota,una costola di sedano,
1 cipolla. Per
il buglione: 1 cipolla, 3 spicchi d’aglio, 50 gr. di rigatino, 1
peperoncino, 4 cucchiai d’olio extravergine d’oliva, 1 bicchiere di
vino rosso, 500 gr. di pomodori maturi, 1 lt
di brodo di carne, 12 fette di pane raffermo, 1 spicchio d’aglio,
sale. |
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LA
STORIA A
Semproniano, un paese ai piedi dell’Amiata, per ferragosto dedicano una
sagra a questo piatto, ma il buglione di agnello è cucinato da sempre in
tutta la maremma, terra ricca di ovini. |
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LA SCOTTIGLIA Ingredienti
: 1
cipolla, 2 spicchi d’aglio, 1 manciata di prezzemolo, qualche foglia di
basilico, 5 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 1 peperoncino,1kg di
carne di vitello, pollo,coniglio, maiale, faraona,piccione, 1 bicchiere di
vino bianco o rosso, 500 gr di passata di pomodoro,250 gr di brodo di
carne, 6 fette di pane casalingo, 1 spicchio d’aglio, sale, pepe. Ricetta
: tritate
finemente la cipolla, 1 spicchio d’aglio, il prezzemolo ed il basilico,
mettete l’olio “tegame” di coccio e fate soffriggere lentamente
aggiungendo il peperoncino intero. Le verdure devono appassire, quando
saranno colorite, aggiungete tutte le carni tagliate a pezzetti e
rosolatele rigirandole spesso, bagnate con il vino e fate evaporare.
Aggiungete i pomodori, mescolate, salate, pepate e lasciate addensare il
sugo, quindi bagnate le carni con il brodo caldo e finite la cottura.
Tostate le fette di pane e strofinatele con uno spicchio d’aglio,
disponetele in un vassoio e versateci sopra la “scottiglia”. Questa
preparazione, eliminando le fette di pane, è ideale anche servita come
secondo. |
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LA
STORIA La
leggenda racconta che questo piatto sia nato nella cucina delle grandi
casate, dove i servi recuperavano le parti meno pregiate delle carni, del
pollame, della selvaggina, e la cucinavano aggiungendoci il pane per farne
un piatto unico. |
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IL
CINGHIALE ALLA CACCIATORA Ingredienti
: 1 kg
di cinghiale ben frullato. Per
la marinata : 2 cipolle, 2 costole di sedano, 2 carote, 2 cucchiai di olio
extravergine d’oliva, 1 rametto di rosmarino, ½ lt di vino rosso. Per
la cacciatora : 5 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 1 spicchio
d’aglio schiacciato, ½ cipolla tritata fine, 1 peperoncino, 300 gr di
salsa di pomodoro, sale. Ricetta:
tagliate
le cipolle, le costole di sedano, le carote a pezzi grossi e fateli
rosolare in un tegame con poco olio, nel frattempo fate a pezzi il
cinghiale che avrete ben pulito e mettetelo in un recipiente a cui
aggiungerete il vino rosso, le verdure rosolate ed il rametto di rosmarino
( la carne deve essere ricoperta, se necessario aggiungete altro vino).
Lasciate marinare per una notte intera. Scolatelo e asciugatelo. In una
padella antiaderente ben calda mettete i pezzi di cinghiale e fateli
cedere l’acqua. Gettate l’acqua e aggiungete l’olio, lo spicchio
d’aglio schiacciato, la cipolla tritata e il peperoncino. Fate rosolare
per alcuni minuti, aggiungete la salsa di pomodoro, salate e cuocete per
circa 10 minuti, poi aggiungete il cinghiale, aggiustate di sale e cuocete
per almeno 1 ora, se necessario bagnare con il liquido della marinata. Il
tempo di cottura varia secondo l’età dell’animale. |
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LA STORIA La
caccia al cinghiale per secoli è stata l’unica attività venatoria
praticata dai maremmani. Questi animali venivano sorpresi all’imbrunire
o durante le notti di plenilunio, quando abbandonavano le tane per cercare
le ghiande. In cucina è un plebiscito : il cinghiale regna sovrano tra i
fornelli maremmani. Un tempo quelli più ricercati per finire “alla
cacciatora” erano quelli di Montecristo, per la loro carne saporita e
gustosa. |
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ZUPPA DI RICOTTA Ingredienti
: 200
gr. di spinaci freschi, olio extravergine d’oliva, 1 cipolla bianca,
sale, pepe, 400 gr. di ricotta, 200 gr. di pomodori maturi, 4 fette di
pane casalingo, 100 gr. di pecorino stagionato. Ricetta
: pulite gli spinaci sfilando le costole centrali,
lavateli bene sotto l’acqua corrente, fateli a pezzi e lasciateli a “
sgrondare” in un colino e poi asciugateli con un canovaccio. In un
tegame scaldate l’olio e fate rosolare la cipolla tritata fine. Appena
comincia a “cantare”, cioè a soffriggere, abbassate il fuoco, coprite
il tegame con il coperchio e fate “sudare” la cipolla finchè sarà
appassita e risulterà quasi trasparente. Salate e pepate, girate bene e
aggiungete la ricotta passata al setaccio, amalgamate bene e fatelo
rosolare, quando a a preso colore aggiungete gli spinaci freschi, il
pomodoro fatto a pezzi e fate insaporire tutto. Tostate le fette di pane,
adagiatele in un vassoio di portata, versateci la zuppa e spolverizzate
con formaggio pecorino stagionato. |
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LA STORIA E’
comunque una tipica zuppa contadina nata dalla fantasia delle massaie che
ogni giorno dovevano lottare con la miseria e la fame. Come per come altre
zuppe era preparata con ciò che si trovava nella dispensa e nel campo,in
questo caso sia i pastori che i contadini avevano spesso la ricotta. |
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ACQUACOTTA Ingredienti
: 50
gr. di olio extravergine d’oliva, 2 cipolle rosse, 2 spicchi d’aglio,
1 peperoncino, 2 carote, 2 costole di sedano, 6 pomodori maturi, 1 lt
d’acqua, 6 uova (facoltative), 6 fette di pane casalingo raffermo, 100
gr. di pecorino grattugiato, sale Ricetta
: in
un tegame a bordi alti scaldate l’olio e aggiungete le cipolle tagliate
grossolanamente, gli spicchi d’aglio ed il peperoncino, fate
soffriggere, poi cuocete a fuoco lento finchè le cipolle saranno quasi
cotte. Tagliate a pezzi le carote, le costole di sedano e il pomodoro,
aggiungete nel tegame, salate e fate insaporire il tutto. Mettete
l’acqua, aggiustate di sale e fate cuocere per almeno 15 minuti. Con
delicatezza fate cadere nella zuppa le uova facendo attenzione a non
romperle e fate bollire piano finche saranno rapprese. In delle scodelle
individuali adagiatevi delle fette di pane abbrustolito, spolverizzate con
il pecorino grattugiato, coprite con l’acqua cotta e servite calda. |
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LA STORIA L’acquacotta
è la zuppa più famosa della cucina maremmana. Questa era l’acquacotta,
la più rustica, quella dei carbonai , dei pastori e dei guardiani di
bestiame, ma c’era anche l’acquacotta delle massaie con le verdure
dell’orto e le uova del pollaio. |
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MODI
DI DIRE LESSICO POPOLARE DELLA MAREMMA
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Alzarsi
a bucotorto:
alzarsi di cattivo umore Abbucaltare:
dar balta, rovesciarsi Avere
la sciolta:
avere la diarrea Accattizzare:
ravvivare il fuoco Anguattare:
nascondere Fare
il guadagno di pottino: scapitare in
un affare Baturla!:
tuona Dire
le devozioni:
pregare Burare:
si dice del fuoco che cova
sotto la cenere o brucia lentamente Fare
a miccino:
agire con parsimonia Finirono
le fave al locco: quando finisce il
benestare Pinta!:
spingi! Scapeare: agitare il capo per qualche motivo. Non
trovar terra per far ceci:
si dice di chi è irrequieto,o chi non riesce a realizzare |
Aggiogliato : mezzo
addormentato dal calore del camino Stai
alla mèria:
stai all’ombra Stai
alla solina:
stai al sole (d’inverno) Diaccio:
ghiaccio Dolco:
addolcito (il clima) Guazza:
rugiada Licite
: cesso
o gabinetto Lotro : ingordo Cantero:
pitale, vaso da notte Peschio:
chiavistello Proda:
margine della strada Sollo:
morbido Unguanno:
quest’anno Che
zizzole!:
come fa freddo! Mira!: guarda!
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PIEVE
AD LAMULAS
La
piccola chiesa, ai margini del bosco, nacque grazie all’apparizione
della Madonna: un pastore dopo aver scolpito una statua lignea che
rappresentava la Vergine assieme al Bambino Gesù, la buttò nel fuoco
perché non era convinto della sua opera. Ma una voce si levò dal fuoco,
fermando il pastore che salvò la statua lasciandola nel bosco. Dei
taglialegna provenienti da Arcidosso e Montelaterone trovarono la statua e
la volevano portare ognuno al proprio paese, decisero quindi di affidarsi
al destino. I taglialegna avevano un mulo, essi fissarono la statua sulle
sue spalle e decisero che a seconda di dove fosse andato l’animale, il
paese avrebbe ospitato l’immagine della Vergine. Ma con stupore di
tutti, esso si fermò ai margini di un bosco. Lì venne costruita la PIEVE
DI SANTA MARIA AD LAMULAS. La chiesa subì varie trasformazioni per le
guerre tra Siena e gli Aldobrandeschi. Ultimo resto di un importante
insediamento attestato ad un monastero legato all’amministrazione delle
terre per conto dell’Abbazia S. Salvatore. Il luogo fu distrutto nel
1264 nel corso della guerra tra Siena e gli Aldobrandeschi, e nel 1500 la
chiesa perse
il titolo di PIEVE
e diventò
soltanto un ORATORIO.
Oggi è il
risultato di un pesante restauro, della prima metà del 1900 che ha
ripristinato l’aspetto originario della chiesa, ricostruendo intere
parti dell’edificio: facciata, campanile e buona
parte delle ABSIDI.
L’IMPIANTO
della chiesa
forse è risalente al secolo XI o XII. Sul primo pilastro a destra
un’iscrizione documenta un restauro, fatto fare da un certo
Paganicuccius, successivo all’incendio del 1264.
Al
periodo ROMANICO vanno
riferiti l’ARCHITRAVE
decorato con un
motivo a treccia, nella navata di sinistra, e i due
CAPITELLI di
semipilastri all’interno del PRESBITERIO.
Accanto alla
chiesa c’è una sorgente cui si riferisce il
TOPONIMO: in
tardo latino “lamula” significa “pozza”, in particolare quella che
si forma intorno
ad una
sorgente.
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GLOSSARIO
PIEVE
= chiesa parrocchiale da cui dipendevano altre
chiese. ORATORIO
= piccolo edificio, spesso annesso a chiese,
per le riunioni. ABSIDE =
parte della chiesa, a pianta semicircolare o poligonale, fornita di volta,
posta al fondo della navata
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