CLASSE  I D

a.s. 2004 - 2005

 

 

 

Laboratorio Didattico

       MONTICELLO AMIATA

Il Monte Amiata, dal latino “ad meata”, cioè "verso le sorgenti", è un massiccio vulcanico spento situato nel sud della Toscana e diviso tra le province di Siena e di Grosseto. E’ ricco di acqua e di minerali, in particolare il cinabro da cui si ricava il mercurio.

Anche il bosco, fatto di cerri e roverelle, castagni e faggeti, lecci e abeti, offre cibo e lavoro agli abitanti della zona e per loro il Monte Amiata è, con espressione affettuosa e reverente, la Montagna.

Alle sue pendici si adagiano diversi piccoli centri, quali Castel del Piano e Arcidosso, mentre su colline “contrafforti” svettano ‘coraggiosi paesini: uno di questi è Monticello Amiata, arroccato su un cocuzzolo intorno al quale si inerpicano vicoli contorti e ripidi. Le case sono addossate le une alle altre come per difendersi dai rigori dell’inverno. In estate si sta bene: l’aria è fresca e pulita.

In passato l’agricoltura era l’attività maggiormente praticata dalla gente del posto, malgrado il suolo scosceso e sassoso, l’altitudine e il clima rigido. Si utilizzavano semplici attrezzi e si sfruttava la forza degli animali per il lavoro dei campi e per trasportare merci: praticamente il mezzo di locomozione più diffuso era l’asino.

Circondati da castagneti, gli abitanti di Monticello Amiata hanno utilizzato il loro frutto che, per secoli, è stato la base della loro alimentazione.

Le castagne venivano lessate o fatte arrostire, oppure, una volta seccate nel seccatoio, macinate per ricavarne una farina con cui si faceva la polente; nelle grandi occasioni si preparava il castagnaccio.

 

Quasi tutte le famiglie, con gli avanzi di ogni giorno, allevavano un maiale e verso dicembre lo ammazzavano per ricavarne cibo sostanzioso e saporito per tutto l’anno.

“Tutto è buono del maiale, niente si butta via”.

Le donne facevano il pane in casa e lo portavano a cuocere in un grande forno. C’erano anche piccole attività artigianali quali il calzolaio, il maniscalco, la sarta.

La campagna circostante era fittamente popolata e i bambini, per raggiungere la scuola in paese, impiegavano, a piedi, anche due ore di tempo.

Oggi l’agricoltura non è più redditizia e molti abitanti sono andati a vivere in città dove ci sono più comodità e maggiori opportunità di lavoro.

Oggi Monticello è un paese di anziani.

 

 

 

IL CICLO DELLA CASTAGNA  

Il ciclo è legato al modo di vita di una popolazione e alle sue attività economiche. Il cibo per gli abitanti della ‘nostra’ montagna, cioè della zona del Monte Amiata, è stato, fino ad alcuni decenni fa, la castagna e la farina di castagne. Pan di legno infatti è chiamata la polenta di castagne  o ‘dolce’; pane perché indica un prodotto essenziale per l’uomo e di legno perché viene dal frutto di un albero.

Viene detta dai monticellesi “pulenda dolce”, cioè farina di castagne cotta con l’acqua a bollore nel paiolo, da consumarsi con ricotta o in alternativa con aringa, baccalà in umido con cipolle, salsiccia, ventresca, rostinciana e animelle.

Le fasi della lavorazione    

Nell’itinerario didattico percorso dalla nostra classe a Monticello Amiata, abbiamo conosciuto le fasi della lavorazione della castagna.

1)  RACCOLTA 

La raccolta inizia nel mese di ottobre, con la ricciaia, cioè si aprono i ricci con il magliozzo. Si scelgono le castagne migliori per venderle ai mercati, mentre quelle peggiori vengono portate al seccatoio per essere lavorate.

 

2) ESSICCAZIONE

Il seccatoio è un piccolo edificio, formato da due piani, di pietre e calce. Al piano superiore il pavimento viene coperto da uno strato di ginestre e sopra di esse vengono appoggiate le castagne, in modo da trattenere il calore e non bruciarsi. Al piano inferiore viene acceso un fuoco per 40 giorni, stando attenti a non farlo mai spengere, mantenendo sempre la temperatura a 30°. Dentro il seccatoio avveniva un tempo una cerimonia, come tradizione: un bambino portava un rametto di ulivo benedetto, una candelina accesa e un panettello che veniva un po’ bruciato e un po’ mangiato; la candelina serviva per accendere il fuoco e poi restava nell’edificio come benedizione. Infine veniva recitato il Padre Nostro e una preghiera a S. Barbara.

 

3) PULITURA

Dopo l’essiccazione avviene la pulitura, cioè si toglie la buccia interna con una trebbiatrice particolare o con uno strumento detto mazzanghera e si raccolgono le castagne nella bigoncia

La sua seconda fase avviene con la vassoia, che viene fatta roteare per far cascare gli ultimi residui, oppure le castagne vengono poste su un vassoio di legno che viene scosso all’aperto per far volare le bucce.

 

4) MACINAZIONE

Infine le castagne vengono portate al mulino, per ottenere la farina di castagne.

 

GLOSSARIO

ricciaia:           mucchio di ricci, pieni ancora di castagne

magliozzo:       maglio di legno, cioè grosso martello a due teste per battere i ricci chiusi e aprirli

mazzanghera:  mazza dentata, legno massiccio con una estremità rinforzata da una corona dentata di ferro; in alto ha una piccola asta a ‘crocera’; battendo e facendo fare alla mazzanghera una mezza roteazione, si smuovono castagne e si fanno affiorare quelle rimaste nel fondo della bigoncia

bigoncia:          (o bigonzo) recipiente di forma ‘tronco di cono’ con il fondo di forma circolare; contiene le castagne per la battitura

vassoia:            (o capisteo) contenitore di legno con un lato senza bordo per ventilare le castagne già battute dalla mazzanghera, separando così la polpa dalla scorza.

 

Casa museo  

 

L’itinerario  della “Via della Castagna”,che riproduce i passi degli uomini che un tempo andavano “ai campi”,ha avuto come punto di partenza la Casa Museo di Monticello Amiata.I locali situati nella via centrale del paese alto,cioè la Via Grande,fanno parte di un edificio che in passato era il tribunale (circa fino al 1700).Adesso la costruzione riproduce un’abitazione tradizionale del Monte Amiata,tipica dei primi anni del 1900.Al primo piano,appena entrati dalla porta,si finisce in una molto semplice ma interessante cucina:i soprammobili,così come tutti i vari arredamenti della stanza,sono molto diversi dalle cucine di oggi.Comunque ci sono delle similitudini:ad esempio un tavolo di legno con tre sedie di legno e paglia;al centro della tavola era presente,in risalto,una ciotola con dentro della pasta fatta a mano.

La finestra era piccola e i muri spessi,in modo da non far passare il freddo nei giorni d’inverno.Poi abbiamo notato il focolare,che era molto grande:esso aveva anche una mensolina,sulla quale erano appoggiati un antico ferro da stiro,un lumino ad olio,un macinino da caffè(con il quale,però,si poteva anche macinare l’orzo)e,appesi,due piccoli cestini di vimini.C’era anche una rientranza nel muro con ripiani fatti con assi di legno,una sorta di armadietto in cui erano contenuti dei vasi di coccio.C’era anche la madia,una specie di cassone che conteneva e custodiva ogni sorta di cibo.La stanza seguente era la camera,in cui abbiamo notato due finestre,invece di una.Al centro della stanza c’era un letto matrimoniale e dentro il “prete”, una sorta di scaldino somigliante ad una “sedia” in cui si appendeva un pentolino con dentro la brace del camino.
Alla sinistra abbiamo trovato un lavabo con sotto un vaso da notte che serviva per i bisogni. Gli escrementi degli uomini, poi, venivano buttati giù nella stalla tramite una botola che si trovava in cucina. In terra, vicino al lavabo, era presente una culla con dentro delle assi di legno piegate in modo che il lenzuolo non facesse soffocare il bambino. Poi siamo scesi nel frantoio, dove c’era una grande macina per le olive e anche per le castagne; appena entrati abbiamo visto un’altra serie di mensole in cui abbiamo notato particolarmente una cartella per la scuola, di legno, delle scarpe spesse ed un macinino da caffè a manovella; inoltre c’era anche una macchina da cucire e degli attrezzi per lavorare le castagne. C’era anche una ruota di pietra dell’arrotino con sopra un bricco da cui cadevano delle gocce d’acqua in modo da non far fare delle scintille mentre si affilava la lama. Ed ecco il bilancere: è come le bilance di oggi, solo che si misurava in modo diverso.

Infine siamo arrivati nella stalla dove si allevavano bovini e suini: alla sinistra c’era la mangiatoia con dentro il fieno, e in terra lo “strame”, una “coperta” di paglia e erbe secche per gli escrementi animali (concio o concime), che serviva per fertilizzare i campi.

Per divezzare il vitello gli veniva messa una museruola con degli spunzoni,in modo che la madre sentisse pungere e si scostasse.

Poi abbiamo visto il basto, una specie di “sella” per l’asino ai cui lati venivano appesi i corbelli che servivano per portare un po’ di tutto. Accanto alla mangiatoia c’era il forcone che serviva per rigirare la paglia e lo strame, ma anche per il fieno. Il recinto in cui venivano allevati i maiali si chiamava “castro”.

Ed infine abbiamo visto il tagliaerba, un macchinario con un pedale collegato a una falce per tagliare il fieno agli animali.

MADIA  mobile di legno a forma di cassone rettangolare, usato per impastare il pane, conservare la farina, il lievito e altri generi alimentari

LESSICO

STRAME            paglia e fieno usati come foraggio o lettiera per il bestiame
CONCIO                    il letame o concime organico usato per fertilizzare la terra PRETE          telaio di legno in cui si appoggiava lo scaldaletto riempito di   brace, che veniva infilato tra le lenzuola CASTRO                   recinto quadrangolare, al chiuso o all’aperto, in cui si tengono e si allevano i maiali
 
 

Piccolo mondo antico ……. La vita e i lavori di un tempo che fu

 

La visita alla Casa Museo ci ha aperto la porta del passato e così abbiamo immaginato di ridar vita ad una famiglia di “un tempo che fu”, ricostruendo una giornata come tante altre, in una casa come tante altre.

La mattina si svegliavano al sorgere del sole e tutta la famiglia faceva colazione con latte e orzo macinato. Ognuno poi andava a svolgere il proprio dovere: il padre caricava il basto sopra il dorso dell’asino e, con un fiasco di vino e di acqua per dissetarsi e ‘acqua cotta’ per il pranzo, partiva per andare a lavorare i campi.

La madre rimaneva a casa a fare il pane, la pasta e i dolci, insomma a preparare il pranzo. Il pane veniva lavorato sulla madia e poi portato ad un forno fuori casa per la cottura, al costo di cinque lire. Quando aveva tempo, faceva la sarta aggiustando i vestiti della famiglia. I bambini ancora troppo piccoli per andare a scuola rimanevano con la mamma aiutandola nelle faccende domestiche; i figli più grandi andavano a scuola portando con sé una cartella di legno! Era una specie di scatola grande quanto bastava a contenere un libro e due quaderni, uno a righe e uno a quadretti, con la copertina obbligatoriamente nera; al suo interno un piccolo contenitore ed un astuccio racchiudeva una matita, una penna col pennino e la carta assorbente per asciugare l’inchiostro nel quale s’inzuppava il pennino. I maestri erano molto rigidi: a chi non faceva il proprio dovere era destinato il retro della lavagna, lo stare in piedi per molto tempo fermi o in ginocchio sui ceci o sul grano.

Dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro il padre, arrivato a casa, si lavava nel lavabo (perché il bagno nelle case non c’era), dopodichè si metteva davanti al camino a fumare la pipa, aspettando la cena. Dopo aver cenato, la famiglia si riuniva intorno al camino a veglia, a raccontarsi i fatti che erano accaduti nella giornata e quelli accaduti in passato. L’ora di andare a letto giungeva molto presto perché la mattina seguente sarebbe iniziata una nuova giornata faticosa.

I mestieri che venivano svolti nella montagna amiatina erano soprattutto lavori manuali che comportavano molta fatica. La più classica attività svolta a Monticello Amiata era la raccolta delle castagne da cui si ricavava la farina. Altre attività erano la raccolta delle olive, il lavoro nei campi, l’allevamento delle api e la pastorizia. Tutte queste attività portavano il nutrimento indispensabile per sopravvivere.

Oltre a queste attività c’erano anche i mestieri: il fabbro riparava gli oggetti in ferro e metallo, il procaccia era il postino, il carraio aggiustava i carri e i calessi, il calzolaio riparava e fabbricava le scarpe, il bottaio costruiva le botti, il falegname costruiva oggetti in legno, il muratore costruiva le case, il  carbonaio preparava il carbone, lo scalaio costruiva le scale a pioli. Ed ancora: il  mugnaio lavorava la farina, lo stagnino saldava i pezzi di latta e di lamiere lo stradino era la persona addetta a mantenere in buono stato le strade. Gli artigiani costruivano i canestri, la calce ricavata dalle pietre e le traversine per i binari o i pali da costruzione. Tra tutti i mestieri che si praticavano sulla montagna amiatina poche erano le persone che avevano una professione.

Le professioni potevano essere: il maestro, il dottore, il farmacista, l’ufficiale postale, l’ostetrica.

 

Glossario

Procaccia  persona che consegna pacchi e lettere, postino
Carraio      chi ripara calessi e simili
Bottaio       chi costruisce, ripara e vende botti
Stagnaio    stagnino; chi salda pezzi di metallo con lo stagno e fabbrica oggetti di latta o lamiera
Stradino     operaio addetto alla manutenzione delle strade

DAI CAMPI .....ALLA TAVOLA

Una volta nei paesi di montagna, cioè a Monticello, il cibo non abbondava. I contadini portavano a casa il raccolto, a seconda di quanto era la produzione. Quando andavano a casa lo mettevano nella madia. Questi alimenti erano: castagne e farina di castagne, con cui ci si faceva il castagnaccio, la “pulenda” di castagne, le calde arrosto, le castagne lesse, farina di grano, olio (del frantoio), ceci, fagioli, cipolle, sedano, frutta (ciliegie,pere,susine), latte, formaggi……..

Tut ti avevano il maiale, e dopo averlo ammazzato, durante la lavorazione, non si buttava niente, si mangiava tutto. Con la pelle del maiale si faceva "la zia", cioè una palla di pelle arrotolata, riempita con carne tritata e con degli odori. Poi c'era lo strutto, cioè del grasso, che si metteva nella vescica dell'urina. Poi si faceva il capocollo, la soppressata, la ventresca, i fegatelli.

LE RICETTE

 

Fiandulone dell'Amiata

Pane fatto con farina di castagne e farina di grano

Ingredienti: 1Kg di farina di castagne, 50 gr di lievito, 1 cucchiaio di rosmarino tritato finemente, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, un pizzico di sale

Ricetta: Sciogliete il lievito in poca acqua tiepida con un po' di farina e fate il "lievitino". Lasciatelo riposare fino a quando ha raddoppiato il suo volume. Su una spianatoia mettete la farina a fontana e nel "cratere" unite il lievitino, il rosmarino tritato, il cucchiaio di olio extravergine e il pizzico di sale. Impastate bene fino a quando l'impasto risulta liscio ed omogeneo. Dategli la forma che preferite : tonda a pagnotta o ovale come il filone e fatelo riposare per un ora in luogo al riparo e coperto da un panno che avete spolverizzato con della farina. Quando sarà ben lievitato è pronto per essere cotto  nel forno già riscaldato a 200° gradi per i primi 15 minuti e a 180° gradi per altri 20 minuti circa.

LA STORIA

L’etimologia di questo nome, che sembra quasi un soprannome, non è nota, comunque indica un pane montanaro di antica tradizione, quasi del tutto scomparsa. Con la stessa farina di castagne, impastandola con acqua salata, aggiungendo un po’ di lievito e rosmarino, veniva preparato una specie di pagnotta che, cotta in forno, era usata al posto del pane dai pastori, boscaioli e carbonai. Questo appunto era il “ fiandulone”.

“ PULENDA “ DOLCE

Farina di castagne cotta con l’acqua a bollore nel paiolo, da consumarsi con ricotta o, in alternativa, aringa, baccalà in umido con cipolle, salsiccia, ventresca, rostinciana e animelle.

BUCCHIATE

Castagne sbucciate e cotte con l’aggiunta di finocchio

BRODOLOSE

Castagne arrostite, sbucciate e lessate, ridotte ad un denso brodo.

CASTRATE

Castagne incise ed arrostite sul fuoco in una padella bucata.

CASTRONI

Castagne cotte in acqua e finocchio, dopo essere state incise sulla buccia.

FRUCIOLA

Castagne arrostite con la buccia sulla brace.

SUGGIOLI

Castagne lessate con la buccia.

VECCHIARELLE

Castagne secche lessate con una foglia di alloro.

IL CASTAGNACCIO

Prendete 500 gr. di farina di castagne e siccome questa farina si appasta facilmente passatela dal setaccio prima di adoperarla per renderla soffice; poi mettetela in un  recipiente e conditela  con uno scarso pizzico di sale. Fatto questo, intridetela con 8 dl di acqua “diaccia”, versata a poco per volta “ onde”  ridurla una farinata, in cui getterete un pugno di pinoli interi. Alcuni aggiungono ai pinoli noci a pezzetti, altri anche uva secca e sopra, qualche foglia di ramerino. Ora prendete una teglia “ove” il “migliaccio” o castagnaccio,  venga grosso un dito e mezzo all’incirca, copritene il forno con un leggero strato d’ olio e altro olio, 2 cucchiaiate ,spargetelo sulla farinata quando è nella teglia. Cuocetelo in forno a 190° per circa mezz’ ora,o fino a quando la superficie del migliaccio, non sia screpolata come il fondo di stagno secco. Con questa farinata si possono fare anche delle frittelle.

BUGLIONE

Ingredienti :  1 kg di agnello tagliato a pezzi.

Per la marinata: 1 litro di vino, 1 bicchiere di aceto, 2 foglie di salvia, un rametto di rosmarino,4 foglie di basilico, 1 carota,una costola di sedano, 1 cipolla.

Per il buglione: 1 cipolla, 3 spicchi d’aglio, 50 gr. di rigatino, 1 peperoncino, 4 cucchiai d’olio extravergine d’oliva, 1 bicchiere di vino rosso, 500 gr. di pomodori maturi, 1 lt  di brodo di carne, 12 fette di pane raffermo, 1 spicchio d’aglio, sale.

Ricetta : mettete a marinare l’agnello per almeno 4-5 ore con il vino l’aceto, le foglie di salvia, il rosmarino, il basilico e la carota, il sedano e la cipolla tagliata a pezzetti. Fate un trito con la cipolla, gli spicchi d’aglio, il rigatino fatto a pezzetti ed il peperoncino, mettetelo a soffriggere nell’olio in una casseruola dai bordi alti. Togliete l’agnello dalla marinata, asciugatelo e fategli fare l’acqua in un tegame antiaderente su fuoco lento. Appena pronto il soffritto  mettetelo nella casseruola e fatelo rosolare. Quando a preso colore bagnatelo con il bicchiere di vino rosso facendolo evaporare a fuoco “allegro”, aggiungete i pomodori passati al passaverdura e fate amalgamare.  Salate ed ultimate la cottura aggiungendo man mano il brodo caldo. Abbrustolite le fette di pane sulla brace o in forno, agliatele mettetele nelle ciotole di ogni commensale , coprite le fette con il sugo di cottura che dovrà risultare abbastanza liquido, fate riposare alcuni minuti e guarnite con i pezzi d’agnello.

LA STORIA

A Semproniano, un paese ai piedi dell’Amiata, per ferragosto dedicano una sagra a questo piatto, ma il buglione di agnello è cucinato da sempre in tutta la maremma, terra ricca di ovini.

LA SCOTTIGLIA

Ingredienti : 1 cipolla, 2 spicchi d’aglio, 1 manciata di prezzemolo, qualche foglia di basilico, 5 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 1 peperoncino,1kg di carne di vitello, pollo,coniglio, maiale, faraona,piccione, 1 bicchiere di vino bianco o rosso, 500 gr di passata di pomodoro,250 gr di brodo di carne, 6 fette di pane casalingo, 1 spicchio d’aglio, sale, pepe.

Ricetta : tritate finemente la cipolla, 1 spicchio d’aglio, il prezzemolo ed il basilico, mettete l’olio “tegame” di coccio e fate soffriggere lentamente aggiungendo il peperoncino intero. Le verdure devono appassire, quando saranno colorite, aggiungete tutte le carni tagliate a pezzetti e rosolatele rigirandole spesso, bagnate con il vino e fate evaporare. Aggiungete i pomodori, mescolate, salate, pepate e lasciate addensare il sugo, quindi bagnate le carni con il brodo caldo e finite la cottura. Tostate le fette di pane e strofinatele con uno spicchio d’aglio, disponetele in un vassoio e versateci sopra la “scottiglia”. Questa preparazione, eliminando le fette di pane, è ideale anche servita come secondo.

LA STORIA

La leggenda racconta che questo piatto sia nato nella cucina delle grandi casate, dove i servi recuperavano le parti meno pregiate delle carni, del pollame, della selvaggina, e la cucinavano aggiungendoci il pane per farne un piatto unico.

IL CINGHIALE ALLA CACCIATORA

Ingredienti : 1 kg di cinghiale ben frullato.

Per la marinata : 2 cipolle, 2 costole di sedano, 2 carote, 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 1 rametto di rosmarino, ½  lt di vino rosso.

Per la cacciatora : 5 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 1 spicchio d’aglio schiacciato, ½ cipolla tritata fine, 1 peperoncino, 300 gr di salsa di pomodoro, sale.

Ricetta: tagliate le cipolle, le costole di sedano, le carote a pezzi grossi e fateli rosolare in un tegame con poco olio, nel frattempo fate a pezzi il cinghiale che avrete ben pulito e mettetelo in un recipiente a cui aggiungerete il vino rosso, le verdure rosolate ed il rametto di rosmarino ( la carne deve essere ricoperta, se necessario aggiungete altro vino). Lasciate marinare per una notte intera. Scolatelo e asciugatelo. In una padella antiaderente ben calda mettete i pezzi di cinghiale e fateli cedere l’acqua. Gettate l’acqua e aggiungete l’olio, lo spicchio d’aglio schiacciato, la cipolla tritata e il peperoncino. Fate rosolare per alcuni minuti, aggiungete la salsa di pomodoro, salate e cuocete per circa 10 minuti, poi aggiungete il cinghiale, aggiustate di sale e cuocete per almeno 1 ora, se necessario bagnare con il liquido della marinata. Il tempo di cottura varia secondo l’età dell’animale.

LA STORIA

La caccia al cinghiale per secoli è stata l’unica attività venatoria praticata dai maremmani. Questi animali venivano sorpresi all’imbrunire o durante le notti di plenilunio, quando abbandonavano le tane per cercare le ghiande. In cucina è un plebiscito : il cinghiale regna sovrano tra i fornelli maremmani. Un tempo quelli più ricercati per finire “alla cacciatora” erano quelli di Montecristo, per la loro carne saporita e gustosa.

ZUPPA DI RICOTTA

Ingredienti : 200 gr. di spinaci freschi, olio extravergine d’oliva, 1 cipolla bianca, sale, pepe, 400 gr. di ricotta, 200 gr. di pomodori maturi, 4 fette di pane casalingo, 100 gr. di pecorino stagionato.

Ricetta :   pulite gli spinaci sfilando le costole centrali, lavateli bene sotto l’acqua corrente, fateli a pezzi e lasciateli a “ sgrondare” in un colino e poi asciugateli con un canovaccio. In un tegame scaldate l’olio e fate rosolare la cipolla tritata fine. Appena comincia a “cantare”, cioè a soffriggere, abbassate il fuoco, coprite il tegame con il coperchio e fate “sudare” la cipolla finchè sarà appassita e risulterà quasi trasparente. Salate e pepate, girate bene e aggiungete la ricotta passata al setaccio, amalgamate bene e fatelo rosolare, quando a a preso colore aggiungete gli spinaci freschi, il pomodoro fatto a pezzi e fate insaporire tutto. Tostate le fette di pane, adagiatele in un vassoio di portata, versateci la zuppa e spolverizzate con formaggio pecorino stagionato.

LA STORIA

E’ comunque una tipica zuppa contadina nata dalla fantasia delle massaie che ogni giorno dovevano lottare con la miseria e la fame. Come per come altre zuppe era preparata con ciò che si trovava nella dispensa e nel campo,in questo caso sia i pastori che i contadini avevano spesso la ricotta.

ACQUACOTTA

Ingredienti : 50 gr. di olio extravergine d’oliva, 2 cipolle rosse, 2 spicchi d’aglio, 1 peperoncino, 2 carote, 2 costole di sedano, 6 pomodori maturi, 1 lt d’acqua, 6 uova (facoltative), 6 fette di pane casalingo raffermo, 100 gr. di pecorino grattugiato, sale

Ricetta : in un tegame a bordi alti scaldate l’olio e aggiungete le cipolle tagliate grossolanamente, gli spicchi d’aglio ed il peperoncino, fate soffriggere, poi cuocete a fuoco lento finchè le cipolle saranno quasi cotte. Tagliate a pezzi le carote, le costole di sedano e il pomodoro, aggiungete nel tegame, salate e fate insaporire il tutto. Mettete l’acqua, aggiustate di sale e fate cuocere per almeno 15 minuti. Con delicatezza fate cadere nella zuppa le uova facendo attenzione a non romperle e fate bollire piano finche saranno rapprese. In delle scodelle individuali adagiatevi delle fette di pane abbrustolito, spolverizzate con il pecorino grattugiato, coprite con l’acqua cotta e servite calda.

LA STORIA

L’acquacotta è la zuppa più famosa della cucina maremmana. Questa era l’acquacotta, la più rustica, quella dei carbonai , dei pastori e dei guardiani di bestiame, ma c’era anche l’acquacotta delle massaie con le verdure dell’orto e le uova del pollaio.

 

MODI DI DIRE

LESSICO POPOLARE  DELLA MAREMMA

 

Alzarsi a bucotorto:  alzarsi di cattivo umore

Abbucaltare:  dar balta, rovesciarsi

Avere la sciolta:       avere la diarrea

Accattizzare:  ravvivare il fuoco

Anguattare:  nascondere

Fare il guadagno di pottino:   scapitare in un affare

Baturla!:  tuona

Dire le devozioni:  pregare

Burare:  si dice del fuoco che cova sotto la cenere o   brucia lentamente

Fare a miccino:  agire con parsimonia

Finirono le fave al locco:  quando finisce il benestare

Pinta!:  spingi!

Scapeare:  agitare il capo per qualche motivo.

Non trovar terra per far ceci:       si dice di chi è irrequieto,o chi non riesce a realizzare

Aggiogliato         :  mezzo addormentato dal calore del camino

Stai alla mèria:  stai all’ombra

Stai alla solina:  stai al sole (d’inverno)

Diaccio:  ghiaccio

Dolco:  addolcito (il clima)

Guazza:  rugiada

Licite :  cesso o gabinetto

Lotro :  ingordo

Cantero:  pitale, vaso da notte

Peschio:  chiavistello

Proda:  margine della strada

Sollo:  morbido

Unguanno:  quest’anno

Che zizzole!:  come fa freddo!

Mira!:  guarda!   

          

 

PIEVE AD LAMULAS

La piccola chiesa, ai margini del bosco, nacque grazie all’apparizione della Madonna: un pastore dopo aver scolpito una statua lignea che rappresentava la Vergine assieme al Bambino Gesù, la buttò nel fuoco perché non era convinto della sua opera. Ma una voce si levò dal fuoco, fermando il pastore che salvò la statua lasciandola nel bosco. Dei taglialegna provenienti da Arcidosso e Montelaterone trovarono la statua e la volevano portare ognuno al proprio paese, decisero quindi di affidarsi al destino. I taglialegna avevano un mulo, essi fissarono la statua sulle sue spalle e decisero che a seconda di dove fosse andato l’animale, il paese avrebbe ospitato l’immagine della Vergine. Ma con stupore di tutti, esso si fermò ai margini di un bosco. Lì venne costruita la PIEVE DI SANTA MARIA AD LAMULAS. La chiesa subì varie trasformazioni per le guerre tra Siena e gli Aldobrandeschi. Ultimo resto di un importante insediamento attestato ad un monastero legato all’amministrazione delle terre per conto dell’Abbazia S. Salvatore. Il luogo fu distrutto nel 1264 nel corso della guerra tra Siena e gli Aldobrandeschi, e nel 1500 la chiesa perse il titolo di PIEVE e diventò soltanto un ORATORIO. Oggi è il risultato di un pesante restauro, della prima metà del 1900 che ha ripristinato l’aspetto originario della chiesa, ricostruendo intere parti dell’edificio: facciata, campanile e buona parte delle ABSIDI. L’IMPIANTO della chiesa forse è risalente al secolo XI o XII. Sul primo pilastro a destra un’iscrizione documenta un restauro, fatto fare da un certo Paganicuccius, successivo all’incendio del 1264.

Al periodo ROMANICO vanno riferiti l’ARCHITRAVE decorato con un motivo a treccia, nella navata di sinistra, e i due CAPITELLI di semipilastri all’interno del PRESBITERIO. Accanto alla chiesa c’è una sorgente cui si riferisce il TOPONIMO: in tardo latino “lamula” significa “pozza”, in particolare quella che si forma intorno ad una sorgente.

 

GLOSSARIO

PIEVE = chiesa parrocchiale da cui dipendevano altre chiese.

ORATORIO = piccolo edificio, spesso annesso a chiese, per le riunioni.

ABSIDE = parte della chiesa, a pianta semicircolare o poligonale, fornita di volta, posta al fondo della navata maggiore o di quelle laterali.

IMPIANTO = struttura.

ROMANICO = stile architettonico dell’Europa Occidentale, affermatosi a partire dal secolo XI.

ARCHITRAVE = trave principale che poggia sui capitelli delle colonne.

CAPITELLO = parte superiore della colonna, anche con funzione decorativa.

PRESBITERIO = parte della chiesa circostante l’altare maggiore, sopraelevata di alcuni gradini dove dice la messa il Sacerdote.

TOPONIMO = nome di un luogo.

 

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